Mentre tutti gli occhi sono puntati sull'iPhone 3G che tra poche ore sbarcherà nei negozi di mezzo mondo, in pochi sembrano interessarsi a quella che potrà essere la prossima rivoluzione targata Apple. Che non riguarda tanto la componente hardware del nuovo dispositivo (di cui ormai sappiamo tutto e il contrario di tutto), quanto gli innovativi software che potranno girare sul melafonino di Cupertino. Sfruttando la coda lunga di hype che ha accompagnato l'annuncio di Steve Jobs dello scorso 9 giugno, Apple ha ben pensato di accompagnare il lancio dell'iPhone 3G con l'apertura dell'App Store, un market-place online di programmi e servizi pensati ad hoc per l'iPhone e che potranno essere realizzati anche da terzi. E' la prima volta che Apple si apre in maniera così esplicita all'esterno e forse un motivo ci sarà: la prossima battaglia degli smartphone non si giocherà sulle caratteristiche hardware (ormai tutti i principali player stanno inseguendo e "clonando" il modello Apple) quanto sul cuore del sistema. E questo lo sa bene Steve Jobs, che di recente è tornato a sottolineare come il nuovo iPhone rappresenti soprattutto una nuova piattaforma di computing, che permetterà di fare quel salto di qualità che fino ad ora è mancato nella telefonia mobile. App Store, il modello di business Concorrenza? La gestione del rapporto con gli sviluppatori rappresenterà la parte più delicata del business legato all'iPhone. L'investitore Matt Murphy ha messo a disposizione 100 milioni di euro per supportare le start-up interessate a creare nuovi applicativi per iPhone. Ha già ricevuto oltre 2000 richieste e la sua società intende finanziarne almeno un centinaio. Ma come reagirà Cupertino a questa invasione di applicativi? E' presto per saperlo, ma intanto Murphy sottolinea: "La vera promessa dell'iPhone sono gli sviluppatori. Se li soffochi, ci sono un sacco di altre piattaforme ad aspettarli". E in effetti, Apple non è la prima azienda ad aver introdotto un modello di business simile. Anche Microsoft, R.I.M, Nokia e Symbian corteggiano da tempo gli sviluppatori. Palm può contare su oltre 30.000, mentre Microsoft ha dichiarato di disporre di un parco di 18.000 applicazioni disponibili per il suo sistema operativo.
A regime App Store catalogherà circa 500 software sviluppati dai maggiori fornitori di servizi web e mobile (eBay, Facebook, Last.fm, etc). Ci si troverà di tutto, ma secondo gli analisti a farla da padrone saranno i videogame, insieme al social-networking, il mobile commerce e i servizi basati sulla localizzazione Gps (ad esempio, mettere in contatto tutti gli iPhoners che si trovano in una determinata zona o lanciare urban-games). Un quarto degli applicativi sarà rilasciato a costo zero: del restante 75%, una buona parte (il 67%) non costerà più di 9.99 dollari. I proventi delle vendite saranno divisi tra gli sviluppatori e la Apple secondo un rapporto di 70 a 30 che per molti versi è migliore rispetto a quanto avviene in altri settori aperti alla collaborazione degli sviluppatori.
Eppure, sono in molti ad avanzare perplessità su questo modello di business. O quanto meno ad andarci ancora con i piedi di piombo. Alla Apple spetterà sempre l'ultima parola su quali applicativi includere o meno nel proprio store. Come si comporterà di fronte a un servizio che vuole provare a vendere musica gratuitamente e così entrerà in concorrenza con iTunes? Una situazione del genere si presenterà presto a Steve Jobs. Rajeev Raman di Mywaves (un servizio per la visualizzazione gratuita di video su dispositivi mobili, già utilizzato sui Nokia e i BlackBerry) intende proporne una versione anche per l'App Store: "C'è la possibilitàdi un conflitto, perché loro non forniscono video gratis, mentre noi lo facciamo. Siamo interessati a portarlo su iPhone, ma allo stesso tempo non vogliamo investire in qualcosa per cui poi dovremo nasconderci con le mani dietro la schiena", ha spiegato Raman al NYTimes.
iPhone e gli altri, è battaglia sugli applicativi
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